/ Daniela Magrì - Psicoterapeuta
Daniela Magrì
Psicoterapeuta
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riflessioni cliniche


DISTURBI ALIMENTARI E STRESS
19 novembre 2020

Ognuno di noi ha una reazione allo stress “preferita”, ossia un meccanismo automatico di risposta agli eventi sgradevoli: c’è chi rimurgina, c’è chi evita di pensarci e si butta in qualcos’altro (una buona opzione per questo è spesso il lavoro), c’è chi si arrabbia e magari arriva a rovinare i rapporti. Le reazioni possono essere innumerevoli, con esiti più o meno funzionali. Solitamente tanto più sono automatiche e tanto meno sono efficaci a risolvere il problema. Il problema, attenzione, non è tanto la situazione esterna ma la necessità di abbassare l’attivazione emotiva che gli eventi hanno prodotto.

La situazione che stiamo vivendo ormai da 8 mesi a causa del Covid è una situazione stressante, in maniera diversa, per tutti.

La sequenza degli eventi interiori per cui tali disturbi possono peggiorare o ripresentarsi dipende dalla forma che prende il meccanismo automatico di risposta allo stress per la singola persona, e quindi dal disturbo. Il Covid non ha avuto per tutti lo stesso impatto: una persona che vive nelle zone che per prime furono designate come rosse ed ha perso diversi parenti ed amici lo vivrà diversamente dalla persona che ha vissuto un forte disagio perché è dovuta restare a casa da sola per mesi o che per mesi ha dovuto gestire dei bambini chiusi anch’essi in casa. E quest’ultima lo vivrà diversamente da chi ha perso il lavoro o da chi è stato costretto ad una convivenza forzata con un partner con cui aveva avviato le pratiche di separazione che sono state bloccate dalla chiusura dei tribunali, o, ancora peggio, con un partner violento. Anche chi è dovuto solo passare in smartworking, condividendo gli spazi con un partner con cui ha una relazione serena, ha, almeno in alcuni momenti, sofferto di una certa dose di insicurezza e paura per il futuro, che sia per il contagio, per il lavoro o per l’allerta dovuta ai ripetuti controlli di polizia. Ed abbiamo letto tutti le testimonianze della paura di chi ha continuato a lavorare, in quanto operatore sanitario.

Tutto questo sarà stato causa di stress per ognuna di queste persone e quindi molto probabilmente ha attivato il loro peculiare meccanismo automatico di risposta allo stress.

Tra i tanti meccanismi di difesa dalle reazioni emotive sgradevoli ci sono quelli che hanno come mezzo il cibo.

Che sia mangiare di più, o che sia mangiare meno, è facile osservare che il nostro approccio al cibo nel momento di difficoltà non risolverà alcun problema intorno a noi. Lo modifichiamo perché speriamo che risolva un problema dentro di noi, quello che solitamente chiamiamo ansia e che, se analizzato, prende le forme di rabbia, paura, tristezza, senso di vuoto.

Già a maggio l’Istituto superiore di sanità, sul sito Epicentro, che raccoglie tutte le informazioni relative alla crisi, aveva scritto “La paura di infezione e l’isolamento sociale possono aumentare il rischio di ricaduta o peggiorare i disturbi dell’alimentazione.”

E se soffro di un disturbo dell’alimentazione e noto che i miei sintomi peggiorano, questa osservazione di per se aggiunge altra tensione ad una situazione che già sto vivendo con difficoltà.

Cosa può accadere?

Se il mio problema è il binge eating tenderò ad abbuffarmi in risposta alle emozioni negative, perché so che dopo mi sentirò meglio. Successivamente mi verranno i sensi di colpa ma quando parte la spinta all’abbuffata il mio pensiero sul futuro non si spinge tanto lontano, anche perché spesso l’abbuffata avviene in uno stato mentale particolare, quasi di assenza, tanto che alcuni non ricordano chiaramente di averla fatta.

Se invece è più facile che prenda il sopravvento la parte di me che, ina qualche modo, tende a cercare di mantenere il controllo sulla situazione tramite condotte alimentari restrittive, tenderò a mangiare meno.

Anche fuori dalle situazioni in cui c’è una diagnosi, se tendo a cercare comfort food quando sono annoiato (e il lock down è un periodo in cui è facile provare noia) o arrabbiato perché sono limitato nelle mie attività o angosciato per il futuro, tenderò a lasciarmi andare a un regime alimentare più “morbido”. O magari mi rifugerò in cucina proprio per occupare il tempo ed evitare di pensare a ciò che mi preoccupa. Ma se ho un problema di obesità, questo comportamento potrà farmi più male che confrontarmi con le mie emozioni negative, e probabilmente aggiungerà a quelle il senso di colpa.

Cosa fare?

Osservare le nostre reali capacità di tolleranza allo stress può essere una buona base di partenza.

Fuori dai luoghi comuni, ognuno reagisce ad un pezzo diverso della situazione, che dipende dalla sua particolare condizione.

Quale è il pezzo che a me colpisce di più? Come ho reagito a situazioni che mi hanno fatto sentire in un modo simile altre volte? Quali di queste reazioni mi sono state utili?

Una buona idea è quella di parlarne con il mio nutrizionista piuttosto che provare comportamenti di “automedicazione”, esponendogli quale è il bisogno nuovo che sento in questo periodo: se prima il mio bisogno era solo, per esempio, dimagrire a seguito di indicazioni mediche, magari ora si è aggiunto il bisogno di gestire il nuovo stress, o di dover, banalmente, cucinare anche a pranzo per tutti mentre prima mio marito e i miei figli mangiavano a mensa e per me era più facile prepararmi il pasto in base alle indicazioni della dieta.

Quando cambia il bisogno, cambia anche la soluzione. E insieme al professionista è possibile cercare soluzioni nuove, che integrino e soddisfino i bisogni vecchi e nuovi, e magari anche del resto della famiglia.