/ Daniela Magrì - Psicoterapeuta
Daniela Magrì
Psicoterapeuta
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riflessioni cliniche


L'ESPRESSIONE EMOTIVA
1 settembre 2020

Immaginiamo un bambino che stia giocando con un oggetto e un altro bambino che glielo tolga dalle mani. L’aumento del battito cardiaco, della frequenza respiratoria e della sudorazione correlati alla rabbia che il primo bambino proverà è immediato ed involontario, quindi non controllabile: l’emozione di rabbia, definita come la sensazione che si scatena quando viene impedita la soddisfazione di un bisogno, è automatica. Questo automatismo è giustificato filogeneticamente: la rabbia spinge a reagire attaccando, ossia ad assumere il comportamento utile in tempi preistorici quando l’orso era anche una potenziale fonte di cibo, e non si sarebbe trasformato in costolette da solo se l’uomo cacciatore fosse fuggito per paura ogni volta lo avesse incontrato.

I correlati fisiologici della rabbia sono l’effetto automatico del lavoro del circuito limbico. Poi inizia un altro processo: una volta elaborate dalle strutture sottocorticali, o anche contemporaneamente ma con una minore velocità, le informazioni che hanno attivato la reazione emotiva, prendono altre vie neurali che le portano alla corteccia, ossia all’area del cervello che le elabora cognitivamente. In corteccia risiedono gli strumenti propri del pensiero, della razionalità e dei collegamenti coscienti tra i nuovi dati e quelli già presenti in memoria. La corteccia risolve i problemi, quale è, per esempio, quello della scelta della reazione ad un certo stimolo che ha provocato rabbia, attraverso l’analisi, la categorizzazione, il confronto, ecc. Questi processi possono essere controllati, o almeno supervisionati coscientemente. O meglio, possono esserlo se si possiedono le capacità di riconoscere e comprendere le proprie emozioni. Quello che si può controllare è quindi l’espressione delle emozioni una volta che la persona sia al sicuro e che queste sono state portate alla coscienza: non posso decidere di non spaventarmi se di notte in un vicolo buio qualcuno di sconosciuto mi si avvicina velocemente; non posso scegliere di non arrabbiarmi se qualcuno mi ruba il portafoglio, non posso rimandare la gioia se vinco un premio. Posso, invece, riconoscere la paura, la rabbia, la gioia e, dopo, valutare quale sia la forma espressiva più funzionale, utile, che mi faccia stare meglio, che mi permetta di raggiungere gli scopi per cui quelle emozioni sono nate in me: proteggermi (da cosa?), soddisfare un bisogno (quale?), esplorare (cosa?).

Nonostante la differenza tra i due processi, è abbastanza frequente che un bambino senta quotidianamente elenchi di cose da non fare che confondono le emozioni e la loro espressione, impedendogli di discriminare tra i due processi. Ciò può interferire sul processo di apprendimento della capacità di riconoscimento delle emozioni, il cui danno più estremo si chiama “alessitimia”, ossia, letteralmente, incapacità di percepire le emozioni. In realtà la persona, a meno di danni neurologici, non perde la capacità di sentire l’emozione, ma di riconoscerla e discriminarla dalle altre. Un’altra possibilità è che il bambino sviluppi sensi di colpa legati alla percezione delle emozioni perché impara che è sbagliato arrabbiarsi, o essere tristi. Quindi impara a negare la rabbia come propria e potrebbe diventare aggressivo attribuendone la causa all’esterno. In questo caso la comunicazione che fa sarà del tipo “non sono io ad essere arrabbiato ma tu che ti sei comportato male” piuttosto che, in maniera più assertiva, “quando agisci in questo modo io mi arrabbio e vorrei che le cose andassero in quest’altro modo”. Un altro caso è quello in cui la persona, sempre a causa della condanna che infligge alla propria tristezza, può auto compiangersi attribuendo alla situazione esterna la motivazione che lo stimola a lamentarsi. Può anche confondere la tristezza, che ha imparato essere una fragilità di cui vergognarsi, con la rabbia, per cui reagisce aggressivamente tentando inutilmente di cambiare una situazione su cui non ha il controllo (come il “tradimento” di un amichetto che va a giocare con un altro bambino).

Per evitare questi apprendimenti disfunzionali è necessario insegnare al bambino che le emozioni che prova sono sempre accettabili e che lui ha il potere di decidere come esprimerle, suggerendo modalità assertive che gli permettano di sentirsi autentico e comunicare efficacemente con gli altri.

Nella foto: “Trentasei espressioni del viso” di Louis-Léopold Boilly (1823)