Daniela Magrì
Psicoterapeuta
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riflessioni cliniche


L'EMDR
3 febbraio 2019

Una volta laureato, uno psicologo, per diventare psicoterapeuta, deve specializzarsi attraverso un corso che dura 4 anni. Durante la scuola di specializzazione, oltre a ottenere tutte le informazioni di carattere teorico disponibili fino a quel momento, gli viene richiesto di lavorare su di sè: sui suoi modi di funzionare, sui suoi problemi, sui suoi meccanismi, sulle sue credenze, sulla sua famiglia di origine, ecc. Una volta specializzato può aprire lo studio ma, fuori da questo, la ricerca va avanti. Qualche tempo dopo, un terapeuta onesto che ami il proprio lavoro, continua a mantenersi informato su quanto di nuovo accade in letteratura scientifica. Nel far questo è inevitabile che prima o poi inciampi in qualcosa di sconosciuto che lo incuriosisce, o gli sembra utile per un particolare paziente, o sembra rispondere ad una qualche sua domanda.

Una delle “novità” in cui si inciampa spesso da qualche anno a questa parte è l’EMDR. Scoperto da Francine Shapiro nel 1987, l’EMDR è uno dei metodi terapeutici che più velocemente hanno ottenuto il riconoscimento della propria efficacia da parte di centinaia di studi. Attualmente è considerato il metodo più indicato per il trattamento di disturbi, la cui origine, per dirla molto in breve, è riconducibile a ricordi dolorosi o francamente traumatici. Tutte le informazioni sul metodo sono ampiamente disponibili in rete, in particolare sul sito dell’associazione EMDR Italia, che raccoglie tutti i terapeuti autorizzati all’utilizzo del metodo.

Cosa c’entra questo con il cappello iniziale sulle vicissitudini dei terapeuti in formazione? Presto detto. Quando un professionista decide di inserire il metodo EMDR tra i suoi strumenti, l’offerta formativa che gli viene proposta contiene necessariamente il lavoro su di sé, per cui la prima persona che viene sottoposta al trattamento è proprio il terapeuta. I temi su cui egli stesso viene trattato sono i più dolorosi che si porta dentro (perché, udite udite, essere terapeuta non pone al riparo dal dolore insito in ogni vita, anzi su questo parleremo prima o poi del concetto di “sicurezza acquisita” del terapeuta). Ogni aula di formazione raccoglie decine di terapeuti e tutti, nessuno escluso, escono dall’aula meravigliati e convinti che quello che hanno appena provato abbia un effetto potente: la sensazione è che il l’evento il cui ricordo fino qualche ora prima ci attanagliava ora è passato, superabile, rimane doloroso ma ora in maniera tollerabile, che non può più avere effetti sulla vita attuale.

Anche per questo lo proponiamo ai pazienti: perché con noi ha funzionato. E lo ha fatto in modo così veloce e potente da sembrare magia.

Non è magia: le ricerche suggeriscono che l’EMDR lavora sulla modifica delle reti neurali che elaborano le informazioni, permettendo che circolino in reti più evolute e raffinate, in cui l’informazione non è più legata, rigidamente ed in maniera quasi esclusiva, agli aspetti emotivi che non ne permettono la trasformazione in qualcosa di più vantaggioso per la vita attuale. I movimenti oculari utilizzati durante l’EMDR assomigliano a quelli spontanei del sonno REM, che è la fase del sonno in cui il cervello sembra rielaborare quanto accaduto durante la veglia.

Tra tutte le ricerche suggerisco di leggere questa del 2015, svolta a Roma, dal prof. Benedetto Farina e collaboratori, in cui si evidenziano i cambiamenti negli EEG, registrati su pazienti mentre richiamavano un ricordo traumatico, prima e dopo esser stati sottoposti ad EMDR:

https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1111/cpf.12184

e questa metanalisi sui 87 studi effettuati da gennaio ad agosto 2018 sui correlati neurofisiologici del trattamento EMDR:

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30166975

L’evidenza, che le ricerche continuino a trovare prove a sostegno dell’ipotesi che tale metodo abbia effetti sui vissuti della persona e che questi siano correlati alle modifiche sulla fisiologia del cervello, è accompagnata dall’invito a continuare a portare avanti indagini sempre più sofisticate per poter capire sempre meglio come e perché funzioni.

E, personalmente e professionalmente, trovo questo scenario decisamente affascinante.