Daniela Magrì
Psicoterapeuta
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riflessioni cliniche


L’IMPOTENZA
22 gennaio 2019

Il nostro cervello ha difficoltà ad arrendersi all’idea che alcune situazioni, alcuni stati dell’essere, sono tali, indipendentemente da ciò che potrà escogitare per cambiarle. La consapevolezza più osteggiata dalla mente umana è, infatti, la percezione di non poter far nulla per cambiare una situazione sgradevole, al fine di farle prenderle i connotati che più ci aggradano. Stiamo proprio male in seguito al fallimento di strategie risolutive atte a modificare inutilmente qualcosa. Il cervello, di suo, non riesce a contemplare l’impotenza: cerca di risolverla. La tratta come un problema al punto che, piuttosto che accettare l’irrimediabilità di una situazione, prova a respingere la propria resa con la vergogna del fallimento.

È per questo, d’altronde, che si è evoluto: per cercare soluzioni a sfide evolutive sempre più complesse, molte delle quali poste proprio a seguito della sua evoluzione, come quella di comunicare con altri cervelli e provare a interpretarli. Se non si fosse evoluto abbastanza da percepirli come altri diversi da sé eppur simili in qualche modo, non sarebbe stato necessario cercare come interagire al fine di cooperare per raggiungere obiettivi comuni, quale la ricerca di strumenti utili alla comune sopravvivenza.

Talvolta, però, alcune sfide non possono essere disputate perché in realtà non sono tali. La morte di una persona cara è la situazione prototipica, e contemporaneamente davvero definitiva, di ciò che è dolorosamente immutabile, indipendente dalla nostra volontà, irreparabile ed inutilmente esaminata dal nostro cervello secondo le categorie del risolvibile: non c’è nulla, infatti, da risolvere.

Siamo impotenti anche di fronte alle decisioni che prederanno i sentimenti degli altri: non si può costringere una persona a provare qualcosa. La si può talvolta costringere a fare qualcosa o a non farla, ma senza poter esercitare alcun potere d’azione sul suo stato d’animo mentre agirà o meno in ottemperanza alle nostre richieste.

Non abbiamo controllo neppure dei nostri sentimenti ed emozioni. Se lo avessimo, decideremmo tutti di essere costantemente gioiosi, prescindendo da ciò che ci accade: sarebbe un mondo costantemente in preda alla fase manicale di un disturbo bipolare. E in fondo preferiamo un mondo più sfaccettato.

Cosa fare allora quando qualcosa ci fa soffrire e pare senza via d’uscita?

Una volta che ho provato tutte le opzioni che mi siano venute in mente, posso prendere in considerazione l’ipotesi di aver già fatto tutto il possibile e complimentarmi per questo, consapevole che la tristezza che provo sia normale e sia inutile cercare di coprirla con la rabbia, né negarla costringendola a venir fuori esasperata come disperazione.

Poi posso cercare di migliorare un poco la situazione, agendo su ciò che è realmente in mio potere, provando ad assicurarmi di non soffrire più di quanto non sia strettamente necessario. Posso, per esempio, tentare di evitare di rimestare nella sofferenza aggiungendoci la vergogna. Ricordarmi di me stessa mentre l’onda del malessere mi trascina con la testa sott’acqua. Cercare di rimanere lucida ricordando cosa mi fa solitamente sentire bene. E, magari, affidandomi a qualcuno che lo faccia, per un poco, al mio posto. Perché non c’è un motivo per cui dovrei affrontare da sola qualcosa che tutte le mie facoltà respingono con tutta la loro forza.

 

Immagine: Paolo Troilo, "No fly zone” canvas 2012