Daniela Magrì
Psicoterapeuta
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riflessioni cliniche


IL CENTRO
14 settembre 2018

Nel 1890 Wiliam James aveva descritto la coscienza di sé come in livello di coscienza particolare, diverso dall’essere svegli, vigili e consapevoli del mondo intorno. L’aveva definita come lo stato in cui “l’attenzione è attratta dal sé in quanto oggetto”. Tale attenzione è necessaria per individuare gli elementi che stiamo ponendo in rilievo, nel dare uno specifico significato a ciò che sta accadendo intorno a noi, e organizzare la risposta successiva. Con l’esercizio può diventare uno stile di pensiero, una sorta di atteggiamento verso la vita, che si rivela piacevole perché nel farlo ci si sente bene. La conseguenza è, infatti, che finiremo per fare davvero ciò che, anche comunemente, definiamo “ciò che ci sentiamo di fare”.

Non è da confondere con il rilassamento associato al non far nulla. Alcune ricerche, in particolare quella di Killingsworth e Gilbert del 2010, ci dicono che alle persone, mediamente, non piace stare da soli in una stanza a pensare, anche per un tempo di pochi minuti: viene considerata una attività così spiacevole da preferire autosomministrarsi una leggera scossa elettrica piuttosto che rimanere nello stato in cui la mente divaga senza una meta.

A livello cerebrale questo stato è quello in cui è possibile osservare il default mode network, ossia il circuito anatomico attivo durante il riposo cerebrale, la cui attività è correlata allo stato di essere svegli senza far nulla, come quando si deve restare in una sala di aspetto senza riviste né cellulare. L’attività cerebrale in questa situazione è maggiore nelle persone che stanno attraversando momenti difficili, come coloro che hanno un disturbo post traumatico (J.K. Daniels, 2011) o stanno affrontando una depressione (A. Hahn, W. Wadsak, 2012): da qui la sensazione di non riuscire a “spegnere” il cervello (posto che sia auspicabile farlo, idea che non riesco a condividere per ovvi motivi)

Quindi quando si sta male e tenta semplicemente di “rilassarsi”, l’effetto può essere esattamente quello contrario.

La centratura su di sé, ossia l’attenzione verso quello che ci sta accadendo dentro, sia a livello fisico che emotivo e cognitivo, è quindi una cosa diversa dal rilassamento, tanto da richiedere un apprendimento: la difficoltà è imparare a farlo, dandosi il tempo di prestarsi attenzione proprio nel momento in cui intorno a noi sta accadendo qualcosa di significativo. Inizialmente si potrebbe non sapere come dare attenzione al proprio interno, o non farlo verso gli elementi maggiormente implicati nella decisione che prenderemo: siamo infatti programmati per ripetere i comportamenti, e i meccanismi di pensiero ad essi sottostanti, che non ci hanno procurato un danno tale da essere costretti a cambiarli.

Lo sforzo iniziale richiede di rallentare la velocità di reazione ad un evento (o situazione, ma anche pensiero) per darci il tempo di analizzare cosa ci sta succedendo dentro. Intanto, a patto che ci si trovi in una situazione che garantisca un sufficiente livello di sicurezza, le cose possono continuare ad andare come hanno fatto fino ad ora.

Con la pratica della centratura di sé sarà possibile assicurarci una reazione agli eventi che ci protegga, valorizzi e ottimizzi la possibilità di ottenere ciò che si desidera.

Il cambiamento più grande resta la decisione di voler imparare questa abilità con il fine del nostro maggiore benessere.

 

Immagine: Silenzio - Johann Heinrich Füssli 1799