Daniela Magrì
Psicoterapeuta
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riflessioni cliniche


IL PROGETTO (O LA COSTRUZIONE DELLA SERENITÀ)
28 agosto 2018

Quando si desidera qualcosa si fa un progetto per ottenerla. Può essere un progetto di vita, lavorativo, personale, di svago, un viaggio, qualcosa che si vuol fare come hobby, o anche il progetto di essere più felici. Qualunque ne sia la natura, c’è un tempo in cui si cova il progetto, immaginandone le fasi, gli ostacoli, le soluzioni possibili, assaporandone le sensazioni e le implicazioni.

In questo tempo di custodia e meditazione dell’idea, si acquisiscono informazioni ma, soprattutto, si aspetta che maturi la volontà di tradurre in azione ciò che si sta pensando di fare.

Quasi sempre, prima o poi, arriva il momento in cui il processo di maturazione interna giunge al punto in cui si inizia a fare qualcosa in direzione della realizzazione di quel progetto. Quando ciò avviene, arriva da qualche parte il coraggio di muovere i primi passi, che sembravano difficilissimi. Quando si scopre essere riusciti nelle primissime fasi, si affrontano anche le mosse successive, rassicurati proprio dal successo dovuto a quel primissimo fare.

Talvolta sembra che questa maturazione dell’idea non giunga mai a sbocciare nella sua realizzazione: si intravede la necessità di fare quella particolare cosa, se ne avverte il desiderio ed il senso ma si aspetta che la spinta interna a tradurre in azione il pensiero arrivi. Ci si giustifica appellandosi all’incertezza sulla giustizia del progetto, alla paura di sbagliare o di fallire, o anche alla semplice idea che si farà quando saranno maturi i tempi.

Quella spinta interna ha una potenza ed un’importanza enorme, ma, a volte, non arriva. Non arriva perché c’è la paura, perché si aspettano condizioni migliori, una maggiore forza o che qualcun altro agisca in qualche modo facilitandola. Capita quindi che, pur avendo chiaro cosa si desidera, non si inizi a fare qualcosa per raggiungerlo.

La terapia può servire anche a questo: a fare qualcosa che si ritiene buono per sé anche quando non lo si farebbe per una sola spinta interna al proprio bene. Può aiutare a costringersi a fare qualcosa di buono per sé in maniera che si potrebbe definire razionale, dopo che sono state analizzate le variabili emotive che giustificano la presunzione di bontà di quel determinato progetto. Non sempre la sola analisi ed emotività bastano: a volta occorre costringersi a fare ciò che ci rende sereni.

L’obbligo alle pratiche che ci portano serenità smette di essere tale non appena se ne apprezza la potenza, che si misura nei termini della propria capacità di farsi star bene. E tutti noi ne abbiamo tanta: occorre talvolta obbligarla a venir fuori.